Steve Mokone, la meteora nera di Almelo


Giocare a calcio è una delle cose più facili da fare per un ragazzino.
Anche nel Sudafrica dell'apartheid, quello dove esistevano parchi per soli bianchi, supermercati e scuole per soli bianchi, i bambini neri erano relegati in campi polverosi campi di terra, nei pressi delle enormi township, dove riuscivano a dare sfogo alla loro spensieratezza.
Il giovane Steven Mokone ha iniziato a giocare a calcio nei dintorni di Johannesburg, spostandosi da Sophiatown e Kilnerton, a Nord di Pretoria. Ai libri di studio preferisce il cuoio del pallone, che controlla con tale maestria da non avvertire le differenze di forza fisica con gli avversari più grandi. Steven è talmente bravo, che a sedici anni entra a far parte della rappresentativa dei neri del Sudafrica, insieme a calciatori decisamente più maturi.

Paul Mokone, piccolo imprenditore di una cultura superiore alla media e padre di Steven, vede per il figlio un roseo futuro accademico, decisamente più promettente di quello calcistico, decidendo di mandarlo a studiare alla Ohlange High School di Durban, a 600 km da casa.
Gli studi vanno bene, ma quello che è straordinario è la sua prestazione sul rettangolo verde: in breve tempo, la sua destrezza richiama i talent scout europei, disposti a volare fino a sfiorare l'Antartide pur di vedere giocare quel talentuoso attaccante.
Quando alla porta di casa bussano gli osservatori del Wolverhampton e del Newcastle United, proponendogli un trasferimento in Inghilterra, a malincuore Steve deve rinunciare, non volendo tradire le aspettative del padre.
Il suo viaggio intercontinentale, però, è solo rimandato, perchè nel 1954, compiuti i ventidue anni, Mokone decide di accettare l'offerta del Coventry, diventando il primo calciatore sudafricano di colore a lasciare il paese per andare a giocare in Europa e, soprattutto, un simbolo alla lotta alla discriminazione razziale.

Ala destra rapida e tecnica, Mokone non riuscirà mai ad inserirsi nel sistema-calcio inglese, che all'epoca contemplava soprattutto il lancio lungo, sessioni di allenamento sfiancanti, in stile marines, toccando il pallone non più di due volte a settimana.
Steven si sente fuori posto in quella squadra e non è ben visto dall'allenatore, che raramente (in totale saranno 4 le presenze con gli Sky Blues) lo prende in considerazione per l'undici titolare. 
Manifestate le proprie perplessità, il sudafricano ha un alterco con il tecnico, il quale sbotta con parole che riportano Kala indietro nel tempo, agli amari giorni del Sudafrica e del razzismo: un flashback doloroso, ma sufficiente a decidere di lasciare l'Inghilterra e iniziare una nuova avventura al di là del Mar del Nord, in Olanda. 
Lì c'è chi apprezza quel giocatore veloce e così bravo con i piedi che in Sudafrica, con la maglia dei Bush Bucks di Durban, aveva fatto veri e propri sfaceli, insieme ai compagni di squadra Petrus "Halleluya" Zulu e Herbert "Shordex" Zuma. 


Senza volerlo, Steve Mokone diventa un simbolo della ribellione al razzismo, percorrendo una strada che in tanti, in futuro, seguiranno: senza troppi complimenti, fa le valigie e si trasferisce ad Almelo, piccolo centro industriale di circa 30mila abitanti, per giocare con l'Heracles, squadra che, pur annoverando nel suo palmarès due campionati nazionali (1927 e 1941) in quella che era solo una antenata dell'Eredivisie, altro non è che un modesto undici da centro-classifica. 

Una cittadina della provincia olandese, durante gli anni Cinquanta, non sembra il posto più indicato per un calciatore di colore, chiamato immediatamente a scontrarsi con alcuni spigolosi aspetti della società bigotta nell'Olanda calvinista.
Non mancano i casi in cui il giovane fa alzare un sopracciglio ai perplessi moralisti protestanti di Almelo, ma sono anche tante le volte che il sudafricano fa alzare le braccia ai suoi tifosi per gioire dopo un gol, o sorridere le signore che assistono alle sue performance canore. Già, perchè Steven, quando firma il suo contratto con l'Heracles, fa inserire una clausola che gli permetterà di dare sfogo all'altra sua grande passione, vale a dire il canto.

Fino a 20mila persone andavano allo stadio per vedere De Zwarte Meteoor, la meteora nera, il nomignolo con cui Mokone venne ribattezzato, diventando subito titolare dell'Heracles e, quindi, primo giocatore di colore a giocare in Olanda.
L'innesto di "Kalamazoo" si rivelò determinante per la squadra con la maglia a bande bianconere, che arriva a vincere una Eerstedivisie marchiata a fuoco dal duo offensivo dell'Heracles composto, oltre che da Mokone, anche da Joop Schuman, autore di 47 goal in una stagione, record per il calcio olandese. 
"Io e Joop ci trovavamo a occhi chiusi", dichiarerà poi Mokone, che dimostra di essere un perfetto partner del numero 9, segnando 15 goal e sfornando innumerevoli assist per il compagno di reparto.
Con il ritorno nella massima serie del campionato olandese, al termine di un campionato dominato (103 goal fatti e 28 subiti). la cittadina di Almelo era in festa. I calciatori vennero portati in trionfo nelle principali vie della città, a bordo di carrozze trainate da cavalli.
Mokone disputò una stagione brillante, che lo portò addirittura ad essere accostato da alcuni giornalisti a giocatori del calibro di Puskas e Di Stefano. In estate la dirigenza dell'Heracles, ingolosita dall'idea di poter replicare l'affare fatto con il sudafricano, decise di mettere sotto contratto un suo connazionale, Darius Dhlomo.



Il secondo anno all'Heracles non fu altrettanto positivo, complice un fastidioso infortunio alla caviglia. Mokone, però, era determinato a fare un passo in avanti nella propria carriera e, salutata l'Olanda, decide di darsi una seconda chance in Inghilterra. Lo acquista il Cardiff City, con cui segna un solo goal all'esordio (nella vittoria per 3 a 2 contro il Liverpool) ma, per via del dolore alla caviglia, giocherà pochissimo, potendo vedere il campo con regolarità solo a campionato finito, quando le grandi squadre cominciarono a chiederlo come "guest star" per le partite amichevoli. 
Lo chiama prima il PSV Eindhoven per giocare contro il Botafogo del leggendario Didì, poi il Valencia, impegnato contro il Santos di Pelè. 
L'esperienza spagnola entusiasma Mokone, che decide di trasferirsi in Spagna, firmando per il Barcellona, dove non potrà rimanere a lungo, per via di una norma che limitava gli ingaggi dei calciatori stranieri.
La sua carriera continuerà in Francia (al Marsiglia) e poi in Italia. Al Torino, dove esordì con cinque goal in una gara contro il Verona in amichevole e una maiuscola prestazione in una gara contro la Dynamo Kiev, non giocò mai una partita ufficiale, pur avendo stuzzicato l'opinione pubblica.
Il giornalista Beppe Franco, addirittura, arrivò a dire che "se Pelè è la Rolls-Royce dei calciatori, Sir Stanley Matthews la Mercedes-Benz e Alfredo Di Stefano la Cadillac, Steven Mokone è sicuramente la Maserati".
Si dice che il calciatore, reputato dall'allenatore inadeguato giocare un campionato professionistico, fosse stato acquistato perchè l'allora presidente del Torino si era infatuato della moglie, Joyce Maaga, bellezza sudafricana che Mokone aveva conosciuto a Londra.

Ancora una volta, la Meteora Nera deciderà di attraversare il mare per cercare una svolta nella propria vita. Chiuderà la carriera al di là dell'Oceano Atlantico, in Canada, salvo poi spostarsi negli Stati Uniti, dove riuscirà a completare gli studi, conseguendo la Laurea in Psichiatria, prima di trascorrere 12 anni in prigione per una presunta aggressione alla moglie.

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