Olanda fuori dall'Europeo. Da cosa ripartire?

Ieri sera, dopo la sconfitta contro la Repubblica Ceka, è arrivata -ma ne avevamo davvero bisogno?- la conferma del fatto che l'Olanda non parteciperà ai prossimi Europei. L'ultima volta risale al 1984 e, anche in quell'occasione, la massima competizione continentale si sarebbe svolta in Francia.
Il verdetto è arrivato subito dopo la fine della gara giocata e persa, all'Amsterdam ArenA, con il contemporaneo vantaggio in extremis della Turchia sull'Islanda che sanciva il quarto posto in classifica per la nazionale arancione. Con la sconfitta di ieri sera (la seconda consecutiva tra le mura amiche, mai successo prima d'ora), dolorosa più per come è arrivata che per le conseguenze che ha avuto, cala il sipario sugli impegni della nazionale ed invita tutti a fare qualche spunto di riflessione.

La KNVB, concentratasi sul tentativo di rifondare le basi del calcio in patria, sembra essersi dimenticata della propria rappresentativa, addormentandosi sugli allori post-Mondiale brasiliano, chiuso al terzo posto e senza mai perdere una partita durante i primi centoventi minuti di gioco.
Archiviata la gestione Van Gaal, si è deciso di affidare la panchina a Guus Hiddink, chiedendogli, quasi come si farebbe con un bambino, di accompagnare Danny Blind, designato formalmente come assistente, prima dell’ovvio passaggio di consegne.
Il risultato è stato di otto sconfitte in quattordici partite, accompagnate da prestazioni inconcludenti, utili solo a far peggiorare le statistiche. Un dato abbastanza preoccupante è quello che vede l’Olanda al quinto posto, dietro solo a Andorra, Gibilterra, Malta e San Marino, nella classifica delle squadre che per più tempo (parliamo di minuti giocati), durante la fase di qualificazione agli Europei, sono state in svantaggio contro le avversarie. Se aggiungiamo che solo il 12% dei tiri effettuati è andato a segno (in questa classifica gli Oranje si pongono in 25esima posizione in Europa), tutto diventa più chiaro.



I dati forniti da Opta spiegano al meglio la drammatica situazione in cui versa l’Olanda, che ha chiuso in quarta posizione il girone A, alle spalle di Islanda, Repubblica Ceka e Turchia, in virtù di cinque sconfitte, due in più di quante ne erano state totalizzate nelle qualificazioni agli ultimi due Mondiali ed Europei. Decisivo, con il senno di poi, è stato lo scontro diretto con la Turchia dello scorso 6 settembre, quando a Konya l’Olanda ha subito la sconfitta più pesante degli ultimi 19 anni. In quel caso, era l’Europeo inglese del 1996 e la prima esperienza di Hiddink sulla panchina olandese, la sconfitta per 4 a 1 contro i padroni di casa non costò troppo caro agli Oranje, che riuscirono a passare comunque il turno e qualificarsi ai quarti di finale.

Né Blind, né l’Hiddink in versione C.t. ad interim che abbiamo visto prima delle sue attese dimissioni, hanno dato la scossa ad una squadra priva di un leader carismatico. Con Robben falcidiato dagli infortuni, Sneijder e Van Persie non hanno (quasi) mai dato l’input necessario, forse perché stanchi e pronti a cedere il passo a forze fresche. Certo, l’Europeo francese, il primo a 24 squadre, rappresentava probabilmente l’ultima occasione per Robben, Sneijder e van Persie di vincere un trofeo rincorso per anni e che li affiancherebbe al più famoso terzetto rossonero. Ma siamo, o saranno, davvero sicuri che le cose sarebbero andate davvero così? Nessuno aveva voglia di vedere l’Olanda umiliata, alla stregua dell’Armata Brancaleone, come accadde in Polonia ed Ucraina tre anni fa, quando la squadra allenata dall’allora c.t. Van Marwijk (lo stesso della finale mondiale in Sudafrica) uscì con le ossa rotte nel girone con Germania, Portogallo e Danimarca, raccogliendo tre misere sconfitte. Risalta, allora, ancor di più l’assenza di Kevin Strootman, pedina fondamentale in qualsiasi squadra ma di cui, forse, bisognerà imparare a fare a meno.

Ora è tempo di riflettere sul da farsi e mettere in piedi un progetto solido, partendo da nuovi interpreti e, chissà, anche da un nuovo disegno tattico. La rinuncia al dogma del 4-3-3 non deve essere vista come un’eresia. Van Gaal, con un 3-5-2 decisamente atipico per la scuola olandese, in cui si è adattato il modulo agli uomini a disposizione e alle esigenze della squadra, ha preso a pallonate Spagna e Brasile, sfiorando la seconda finale mondiale consecutiva, mancata solo al termine della lotteria dei rigori, persa contro l'Argentina. Un dato, però, è certo: Van Gaal ha rappresentato il quid decisivo in quell'impresa, facendo andare i propri ragazzi ben oltre le loro possibilità.



Il materiale su cui lavorare non manca di certo. Tra chi fa bene all’estero, chi in patria e chi è pedina fondamentale degli jong oranje, l’Under 21 arancione, il C.t. dell’Olanda ha ampia scelta, ma dovrà assumersi la responsabilità e caricarsi sulle spalle le possibili critiche per esclusioni pesanti. Van Persie, miglior bomber della storia della nazionale con 50 goal (l'ultimo è quello nel video qui su), è spesso apparso come un corpo avulso dal gioco e dovrà solo formalizzare il proprio congedo. Perché, allora, non puntare tutto su Huntelaar, troppo a lungo all’ombra di RVP e coinvolto in 7 degli ultimi 12 goal segnati dall'Olanda? Oppure perchè non dare una chance a Bas Dost, centravanti vecchia maniera che appena ha trovato fiducia ha iniziato a segnare con una regolarità impressionante in Bundesliga, oppure a Luuk de Jong, pivot del PSV campione d’Olanda? Ai fianchi di quello che sarà il numero 9, insieme all’intoccabile Memphis Depay, ammesso che non ci sia ancora Arjen Robben, potrebbe inserirsi a meraviglia Anwar El Ghazi, ala atipica (è alto 187 cm) con un vizio del goal che lo ha resto l’attuale capocannoniere dell’Eredivisie. Blind lo ha lanciato contro Kazakistan e Repubblica Ceka, vedremo se riuscirà a diventare una pedina fondamentale della squadra.

Altro nodo da sciogliere è quello relativo agli interpreti per la linea mediana: tolti Strootman e Sneijder, chi merita di vestire veramente la casacca arancione? Jordy Clasie, protagonista del mercato estivo, dopo esaltanti stagioni al Feyenoord, ha raggiunto Koeman al Southampton ma, complice qualche infortunio, non ha ancora avuto modo di mettersi in luce. Dove e come potrà mettere in mostra le proprie doti, starà al selezionatore deciderlo, ma intanto non ci si può dimenticare di lui. Stesso discorso va fatto per Riechedly Bazoer, diciannovenne che ricorda Vieira e che l’Ajax ha strappato da giovanissimo al PSV, creando un piccolo caso diplomatico tra le due società. Frank de Boer lo ha lanciato in prima squadra e lui ne è diventato un perno, mostrando una personalità tale da renderlo quasi indispensabile. Con lui, anche Davy Klaassen, numero 10 e capitano della squadra di Amsterdam, pronto ad affrontare avventure più probanti di quelle che lo hanno visto protagonista in patria. 


Promettenti sono anche i nomi per la difesa. De Vrij è l’intoccabile, ma deve essere quello che vediamo giocare con la Lazio, mentre al suo fianco può destreggiarsi l’ex compagno di squadra al Feyenoord Sven van Beek. Responsabilizzarlo è un obbligo, se si vuole sgrezzare questo diamante, altrimenti si rischia di fare la fine di Jetro Willems, cui venne affidata la fascia sinistra nel disastroso Europeo del 2012, lanciando un diciottenne allo sbaraglio più totale. Oggi Willems è un calciatore diverso, più maturo e saggio, che ha scelto di non cedere alle lusinghe estere per crescere ancora con il PSV Eindhoven, col quale ha vinto il campionato lo scorso anno, rivelandosi miglior interprete del suo ruolo. In lizza restano, poi, Veltman, Janmaat, RiedewaldVan Dijk, Bruma, Rekik e Tete. Tutti, o quasi, giovani di belle speranze che, però, difettano dell'esperienza necessaria per guidare il reparto difensivo.

L’azzardo, insomma, sta nel liberarsi dei dogmi tattici, abbandonare ogni forma di integralismo calcistico ed adottare soluzioni più congeniali al momento, adottando scelte che possono suonare impopolari e fregandosene delle prime donne. Uno spogliatoio compatto non può che giovare all’Olanda, a prescindere da quale sarà la prossima avventura.



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