La storia della nazionale olandese - Dagli anni'20 agli anni '60

Gli anni venti presentano due elementi di spicco fra tutti: l’ingegnere civile Harry Denis, dell’HBS Den Haag, capitano e terzino destro e Jan de Natris, dell’Ajax Amsterdam, altra gloria nazionale, entrambi segnalati dalla critica d’epoca come in possesso di strabilianti doti tecniche.
Archiviate con grande delusione le Olimpiadi di Amsterdam del 1928, con l’eliminazione al primo turno per mano del fortissimo Uruguay, gli Oranje vanno incontro ad un periodo di forte declino. Ai Campionati del Mondo del 1934, disputati in Italia, l’Olanda viene eliminata al primo turno dalla Svizzera, un undici dalle buone individualità e dagli schemi alquanto moderni. Le migliaia di sostenitori olandesi cadono in crisi già dopo sei minuti quando Kielholz infila la porta olandese. Nel giro di due minuti, Anderiessen colpisce un palo e Vente sbaglia, solo davanti alla porta vuota, un gol praticamente certo. E’ Smit che riesce a pareggiare trasformando una punizione di Van Heel. All’ultimo minuto del primo tempo Kielholz, ancora una volta, tira da venticinque metri: la sfera rimbalza sul terreno ingannando Van der Meulen che si tuffa dalla parte opposta. Il gol, stupidamente subìto, innervosisce gli olandesi che, nella ripresa, si gettano sconsideratamente all’attacco. Il contropiede dei rossocrociati non si fa pregare e Trello Abegglen gira al volo un cross di Von Känel prima del definitivo 3–2 segnato da Vente, che corregge una punizione di Van Nellen.

Quattro anni dopo, in Francia, gli olandesi sono sorteggiati contro i fortissimi cecoslovacchi di Planicka e Neyedly. Gli Oranje riescono a tenere botta alla Cecoslovacchia per tutti i novanta minuti, ma devono capitolare nei tempi supplementari. I cechi segnano tre reti con Kostalek, Neyedly e Zeman, sfruttando appieno il vantaggio numerico derivato dall’infortunio dell’olandese Van Heel. Da questo momento in poi, a causa dell’arretratezza tecnica e del dilettantismo, l’Olanda conobbe un periodo di forte declino che si protrasse fino ai primi anni cinquanta. L’arretratezza dal punto di vista tecnico derivò anche dall’attaccamento alla versione originale del cosidetto metodo (o WM che dir si voglia) senza neppure gli accorgimenti che dettero ad Uruguay e Italia due mondiali ciscuno tra il 1930 e il 1950.
Inoltre, il rifiuto al professionismo significò il mancato sfruttamento delle piene potenzialità dei calciatori, alcuni dei quali vennero addirittura esclusi dalla nazionale. Il caso più eclatante fu quello di Beb Bakhuys, attacccante dalla vita avventurosa e dalla straordinaria vena realizzativa, che ancora oggi vanta la migliore media gol (rapporto tra reti realizzate e minuti giocati) dell’Olanda, con 28 reti in 23 partite. Passato dall’HBS Den Haag al VVV Venlo nel 1937 per un negozio di sigari e una discreta somma di fiorini (ovviamente pagati in nero), Bakhuys venne squalificato e costretto a trasferirsi in Francia, dove si accasò al Metz FC, diventando il primo calciatore olandese professionista, ma, per lui, le porte della nazionale rimasero per sempre chiuse. Il professionismo in Olanda viene introdotto nel 1954, quando l’interesse per la nazionale è ridotto ai minimi termini a causa degli scarsi risultati e delle innumerevoli defezioni di giocatori, che non tollerano più le regole rigide della KNVB, riassumibili in “se firmi un contratto scordati di venire convocato”.
Dall’Olanda se ne vanno in tanti, da Faas Wilkes (all’Internazionale FC) a Kees Rijvers (al Saint Etienne AS), due dei tre componenti del “Gouden Binnentrio” (tridente d’oro) che spopolava in patria negli anni ’50. Rimane invece Abe Lenstra, il terzo componente del tridente d’oro, nonchè uno dei più grandi giocatori olandesi di sempre, ma nemmeno un bomber del suo calibro può fare miracoli in una nazionale mediocre. Nato ad Heerenveen il 27 novenbre 1920, per Abe Lenstra parlano i numeri: 523 gol in 550 presenze con l’Heerenveen SC (con una punta di 46 reti nel 1946–47), 89 reti in 135 gare con l’Enschede SC e 33 centri in 47 incontri con l’Olanda. Votato come terzo calciatore olandese di sempre, dietro Johan Cruijff e Marco Van Basten, in carriera non ha mai vinto nulla. Dal 1994 lo stadio di Heerenveen porta il suo nome. Anche gli interessi dei clubs, che iniziano a partecipare alle neonate Coppe Europee, mal si accoppiano con quelli della nazionale e giocatori del calibro di Tonny Van Ede e Wim Bleynberg non ripetono con la selezione olandese quanto riescono abitualmente a garantire nel proprio club di appartenenza.
Gli anni sessanta, per l’Olanda, sono solo il preludio di quanto avverrà poi nel decennio successivo; l’allora commissario tecnico Georg Kessler cerca invano di trovare la miscela giusta per plasmare una nazionale vincente, che pur disponendo dell’esperienza dei vari Hans Groot, Cees Groot, Bennie Muller, Sjaak Swart, Willy Van der Kuylen, Jan Van Beveren, Klaas Nuninga e dell’ambizione degli emergenti Johan Cruijff (nella foto il suo esordio), Wim Suurbier, Ruud Krol, Wim Van Hanegem, Wim Jansen, Johan Neeskens e Rob Rensenbrink, fallisce la qualificazione ai mondiali messicani, dimostrandosi squadra qualitativamente valida, ma priva di quella malizia tattica che strabilierà più tardi il mondo intero, vuoi per un modulo di gioco realmente innovativo, vuoi perchè ad interpretarlo c’erano attori di classe eccelsa.
Per tornare nell’elitè che conta e recuperare il tempo perduto, è necessario un evento straordinario, o meglio, rivoluzionario. Ed è proprio una rivoluzione quella che avviene tra la fine degli anni ’60, e l’inizio dei ’70. Si chiama “Calcio Totale”, un concentrato di velocità, potenza fisica, classe e resistenza di cui Rinus Michels è il direttore d’orchestra (prima sulla panchina dell’Ajax Amsterdam, poi su quella dell’Olanda), Johan Cruijff la voce solista, Wim Suurbier, Ruud Krol, Wim Van Hanegem, Wim Jansen, Johan Neeskens, Rob Rensenbrink, Johnny Rep e il bizzarro portiere Jan Jongbloed i principali coristi.

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